mercoledì 27 dicembre 2017

LE TECNOLOGIE E LE SCIENZE DEI TESSUTI ARTIFICIALI

Prima di tutto quali sono le tecnologie per la creazione del filato....

La maggior parte delle fibre man-made è realizzata per estrusione, forzando un liquido molto viscoso attraverso gli orifizi di una filiera e formando un insieme di filamenti continui di un polimero allo stato semi-solido.
Nello stadio iniziale i polimeri che costituiranno le fibre, sono allo stato solido e quindi devono prima passare allo stato fluido che consenta l’estrusione. Questo avviene, di norma, attraverso la fusione, se i polimeri sono termoplastici, o sciogliendoli in un solvente se non termoplastici. Se non possono essere fusi o disciolti devono essere trattati chimicamente per realizzare dei derivati termoplastici.

La filiera
Si tratta è un ugello metallico munito di uno o più fori attraverso i quali viene estruso il polimero, fuso o in soluzione, necessario per la fabbricazione di fibre artificiali o sintetiche.
La forma e la grandezza di una filiera differisce molto a seconda del tipo di fibra prodotta e del tipo di macchinario utilizzato per la filatura.
Una filiera può contare da uno a diverse migliaia di fori, il cui diametro è dell'ordine di pochi decimi di millimetro. Generalmente sono di sezione circolare, ma possono anche avere forme diverse, ad esempio triangolari, a stella o anulari per conferire alla fibra caratteristiche particolari. Alcune fibre composite utilizzano filiere a fori anulari concentrici per coestrudere polimeri diversi.
Da ogni foro si ottiene un filamento chiamato bava, una o più bave formeranno il filo che verrà successivamente raccolto su un supporto adeguato. 





Quando il filamento esce dalla filiera il polimero liquido passa prima ad uno stato gommoso e poi solidifica. Questa operazione va sotto il nome di filatura (chiamata anche filatura primaria, per distinguerla dalla tipica lavorazione tessile).
La filatura dei polimeri può avvenire seguendo le seguenti metodologie:
     wet spinning
     dry spinning
     melt spinning
     gel spinning.
La scelta tra le varie tecnologie possibile viene svolta in primo luogo in considerazione della natura e dalle proprietà del polimero che si vuole filare.
La filatura per melt spinning consiste nel portare il polimero a temperatura di fusione prima del processo di filatura. Durante la filatura il filo si raffredda e quindi solidifica.
Esempi di polimeri filati per melt spinning sono il nylon e le fibre poliesteri.
La filatura per dry spinning viene utilizzata per i polimeri che non possono fondere poiché hanno una temperatura di degradazione minore della temperatura di fusione. Con questa metodologia il polimero viene dissolto in un solvente in modo da ottenere una soluzione liquida che viene investita durante la filatura da un getto di aria o gas inerte, grazie al quale la soluzione solidifica per evaporazione del solvente.
Esempi di polimeri filati per dry spinning sono l’acetato, il triacetato di cellulosa e le fibre acriliche.
La filatura per wet spinning è utilizzata per i polimeri che hanno un'elevata temperatura di fusione. In questo caso il polimero viene disciolto in un solvente per ottenere una soluzione, quindi viene sottoposto a filatura, durante la quale il solvente viene allontanato facendolo sciogliere in un secondo solvente rispetto al quale il polimero non è solubile.
Esempi di polimeri filati per wet spinning sono le fibre acriliche, il rayon e lo spandex.
Nel gel spinning (o dry-wet spinning) il polimero parzialmente fuso viene prima investito da un flusso di aria e poi raffreddato in un bagno liquido. Le fibre ottenute con questa metodologia presentano una maggiore resistenza a trazione.
Esempi di polimeri filati per gel spinning sono il polietilene e alcune fibre aramidiche.


I filamenti che escono dalla filiera formano il filo singolo che viene roccato sulla macchina di filatura. In seguito la rocca viene caricata in cantra del lavaggio e poi questo filo lavato ed asciugato su appositi cilindri a vapore è pronto per le lavorazioni tessili.

La filatura vera e propria
La filatura serve ad ottenere un filo continuo sufficientemente elastico e resistente per essere sottoposto a successive operazioni al fine di ottenere tessuti.
I sistemi di filatura, come pure i tipi di macchinario impiegato, sono diversi a seconda della fibra che si debba filare. Le operazioni comuni a tutte le fibre artificiali sono:
- lo stiro, che ha lo scopo di far scorrere le fibre una sull'altra e di assottigliare via via il nastro sino a formare uno stoppino uniforme e di spessore adatto che alimenterà il filatoio;
- la filatura vera e propria, compiuta dal filatoio, che dà un ultimo stiro allo stoppino uscito dallo stiratoio o dal banco a fusi e produce il filato imprimendogli la torsione necessaria a fargli acquistare resistenza;
- la condizionatura, mediante la quale si stabilizzano grado di torsione e umidità relativa del filato dopo passaggio in apposite camere a vapore.





























Il filatoio
Macchina che compie le ultime operazioni della filatura di fibre discontinue, cioè stiro, torsione e incannatura. Secondo i tipi di filato che si devono produrre e il tipo di fibra tessile lavorata si impiegano differenti filatoi; tutti questi filatoi sono alimentati con lo stoppino, prodotto dallo stiratoio o dal banco a fusi che assottigliano il filato fino a uno spessore adatto all'operazione di filatura.
Il filatoio ad anello, detto anche ring, è il filatoio continuo più diffuso in quanto compie contemporaneamente le azioni di stiro, torsione e incannatura del filato ad alta velocità (20.000 giri al minuto del fuso); viene impiegato per la produzione di filati pettinati di cotone, lana, fibre sintetiche. È composto, in genere, da due fronti simmetrici, portanti ciascuno da 200 a 300 fusi, con comandi indipendenti in modo che si possano produrre due tipi diversi di filato nello stesso momento.

Passiamo ora alle tecnologie per la creazione del tessuto....

La tessitura è una tecnica molto antica derivata dalla pratica dell'intreccio usato per fabbricare le stuoie e i canestri: l'armatura più semplice è, infatti, quella a due fili, ordito e trama, intrecciati fra loro perpendicolarmente; sempre con la medesima tecnica è stato possibile ottenere tessuti decorati.
La tessitura meccanica si svolge secondo un determinato ciclo di operazioni: ricevimento del filato, generalmente su rocche, dalla filatura; controllo, mediante adeguate strumentazioni, del titolo, della torsione e della composizione dei filati; preparazione dei subbi sui quali si dispongono i fili di ordito,  preparazione della trama, su spolette nel caso in cui la tessitura venga eseguita ancora con telai a navette, su rocche di grandi dimensioni nel caso in cui la tessitura venga eseguita con moderne macchine per tessere senza navetta. L'operazione di tessitura vera e propria è automatica e, in linea di principio, viene ancora eseguita come nei telai a mano: i licci controllano i movimenti in verticale dei fili di ordito, comandandoli in modo da formare l'apertura del passo, nella quale viene inserita la trama, secondo l'armatura prestabilita; le trame vengono accostate a ogni passaggio dal pettine a formare il tessuto che, a mano a mano, si avvolge su di un rullo avvolgitore comandato automaticamente, in sincronismo con lo svolgimento dell'ordito dal subbio. Quando la pezza di tessuto è ultimata viene sottoposta alle prove tecniche previste, quindi è inviata nei reparti adatti dove si svolgono le varie operazioni di finissaggio e di lavaggio e, eventualmente, di tintura per ottenere il prodotto commerciale.





Il telaio


Macchina per tessere che lavora intrecciando perpendicolarmente tra loro i fili di trama e di ordito: telaio a mano, meccanico.
Pur avendo caratteristiche differenti secondo il tipo di filato da impiegare e il tessuto da ottenere, i telai sono praticamente costituiti da una struttura metallica che sorregge i diversi dispositivi necessari alla tessitura; i fondamentali sono: il subbio, situato nella parte posteriore del telaio, sul quale sono stati preventivamente avvolti i fili che serviranno da ordito nel tessuto da produrre; i licci, formati da un'intelaiatura metallica alla quale sono applicate una serie di maglie disposte in senso orizzontale e al centro delle quali vi è un foro nel quale passa il filo di ordito; un organo di comando del movimento di alzata e abbassata dei licci; questo movimento viene trasmesso ai fili di catena per cui si scostano i fili pari dai fili dispari, formando un'apertura, o passo, attraverso la quale viene fatto passare il filo di trama; la navetta, a forma di siluro, che porta al suo interno una spoletta con il filo di trama ed è dotata di movimento alternato ortogonale rispetto ai fili d'ordito; la navetta scorre lungo un'idonea guida e inserisce il filo di trama tra quelli di ordito secondo il rapporto d'armatura desiderato; il pettine che, sospeso tra i fili di ordito, è collegato alla cassa battente e, a ogni passaggio della navetta, spinge i fili di trama uno vicino all'altro determinando così la fittezza del tessuto che si sta formando; il cilindro sul quale si arrotola il tessuto prodotto. In alcuni telai ad alta produttività, che sarebbe più giusto chiamare “macchine per tessere”, non esiste la navetta: il filo di trama viene fatto passare attraverso quelli di ordito mediante un oggetto mobile (pinza, proiettile, getto d'aria o d'acqua sotto pressione) che raccoglie il filo da una rocca posta a lato della cassa battente e lo fa scorrere nel passo.




martedì 26 dicembre 2017

I RISCHI DEI TESSUTI ARTIFICIALI

I rischi collegati all’uso dei tessuti artificiali sono strettamente connessi all’impiego delle sostanze chimiche per la realizzazione delle fibre e per il finissaggio.

Rischi per l’uomo
Fino al secolo scorso le sostanze che venivano a contatto con la pelle erano di derivazione animale o vegetale (pelli, cuoio, lana, seta, cotone, canapa ecc). Durante il secolo scorso i chimici sono stati in grado di copiare i polimeri naturali e di formare polimeri da sostanze chimiche semplici arrivando a sintetizzare un gran numero di tipi di fibre differenti, le fibre artificiali. I polimeri formano “la spina dorsale” della fibra costituita anche da numerosi prodotti chimici, che si formano durante il processo di polimerizzazione e da numerosissimi additivi chimici molti dei quali vengono aggiunti per conferire differenti caratteristiche ai singoli tessuti come idrorepellenza, ingualcibilità, resistenza alle fiamme e anti-staticità. Molti indumenti sono confezionati partendo da pezze di tessuto colorate o stampate e di conseguenza trattate con varie sostanze chimiche. Attraverso il contatto diretto con la pelle gli indumenti possono cedere sostanze pericolose che possono passare attraverso l’epidermide nel corpo. Queste sostanze possono causare vari tipi di patologie, ma quelle più comuni sono le dermatiti allergiche e le dermatiti da contatto.
Le sostanze nocive all’epidermide, e in alcuni casi addirittura cancerogene se rilasciate in certe quantità, sono generalmente legate ai coloranti dei tessuti (benzidina dagli azo-coloranti), alle resine per finissaggio i trattamenti "lava e metti", "senza pieghe" e "non-stiro" (che spesso utilizzano delle resine che "liberano" molta formaldeide) e ai fissatori delle materie coloranti (formaldeide).
La formaldeide è una sostanza organica estremamente volatile (allo stato puro ed a temperatura e pressione ambiente si presenta allo stato gassoso); quella utilizzata nei processi produttivi tessili viene impiegata in soluzione acquosa. La molecola è fortemente irritante per inalazione, può causare dermatopatie. Dal 2004 è classificata dallo IARC12 come cancerogena per gli esseri umani; può essere causa di una forma di tumore rinofaringeo e sospettata per la sua capacità di indurre formazioni tumorali ai seni paranasali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ne ha limitato l’impiego e le concentrazioni utilizzate non sono più sensibilizzanti.

Alcuni composti chimici dannosi per l’uomo e per l’ambiente
Di seguito alcuni composti chimici impiegati nel settore tessile di cui è stata riscontrata la pericolosità e che pertanto sono stati progressivamente vietati da normative sempre più stringenti. La UE ha classificato alcuni composti come ‘sostanze pericolose prioritarie’ ai sensi della normativa dell’Unione europea sulle acque, che prevede l’adozione di misure per eliminare l'inquinamento delle acque superficiali in Europa; altri sono stati inseriti tra gli ‘inquinanti organici persistenti’ il cui uso è stato limitato ai sensi della Convenzione di Stoccolma, un trattato globale redatto per proteggere la salute umana e l'ambiente.

Alchilfenoli
I composti alchilfenolici che comprendono i nonilfenoli, gli octilfenoli e i loro rispettivi etossilati, sono composti alchil fenolici comunemente utilizzati. Largamente utilizzati dall’industria tessile nei processi di lavaggio e tintura, sono tossici per la vita acquatica, perché non si degradano facilmente e possono accumularsi negli organismi viventi fino ad arrivare all’uomo attraverso la contaminazione della catena alimentare.

Ftalati
Gli ftalati sono un gruppo di sostanze chimiche comunemente utilizzate per rendere più flessibile il PVC (plastica di cloruro di polivinile). L’industria tessile li usa nella pelle artificiale, nella gomma, nel PVC e in alcuni coloranti. Alcuni ftalati sono dannosi per la riproduzione dei mammiferi.

Ritardanti di fiamma bromurati e clorurarti
Molti ritardanti di fiamma bromurati (BFR) sono sostanze chimiche persistenti e bioaccumulanti (capaci di accumularsi nella catena alimentare) presenti nell'ambiente. Gli eteri di difenile polibromurati (PBDE) sono uno dei gruppi più comuni di BFR e sono stati utilizzati per eliminare il rischio di infiammabilità di una vasta gamma di materiali, inclusi i prodotti tessili. Alcuni PBDE possono interferire con i sistemi ormonali della crescita e dello sviluppo sessuale.

Coloranti azoici
Rientrano tra i principali coloranti usati nell’industria tessile, alcuni però si dissociano durante l’uso e rilasciano sostanze chimiche conosciute con il nome di ammine aromatiche. La presenza nelle molecole di coloranti di queste ammine aromatiche viene considerata potenzialmente dannosa per la salute, infatti, nel caso di assorbimento del colorante da parte dell’utilizzatore del materiale tessile, si può avere la demolizione riduttiva della molecola del colorante a seguito di enzimi epatici ed intestinali. E’ evidente che la materia colorante deve essere poco solida (abbandonare il tessuto), essere assorbita dall’epidermide (biodisponibilità) ed infine essere metabolizzata per risultare pericolosa. Si è comunque scelto di non rischiare e di non immettere nell’ambiente sostanze potenzialmente pericolose, al fine di evitare i reali rischi da esposizione, a cui risultano soggetti soprattutto le maestranze addette alla sintesi delle materie coloranti in oggetto.

Composti organici stannici
I composti organici stannici sono usati come biocidi (principi attivi che inibiscono qualsiasi organismo nocivo) e come agenti antimuffa in diversi prodotti di consumo. L’industria tessile li utilizza nei calzini, nelle scarpe e negli abiti sportivi per prevenire l’odore causato dal sudore. Il tribustagno (TBT) è tra i più noti composti organici dello stagno, in passato veniva usato principalmente nelle vernici antivegetative per le navi, fino a quando è emerso che persiste nell'ambiente, si accumula nel corpo e può colpire il sistema immunitario e riproduttivo. L’uso del TBT come vernice antivegetativa è ormai in gran parte vietato. Il TBT è stato utilizzato anche nel settore tessile.

Composti perfluoroclorurati
Sostanze artificiali ampiamente utilizzate dall'industria per le proprietà antiaderenti e idrorepellenti. Test dimostrano che molti PFC sono difficili da smaltire perché persistono nell'ambiente e possono accumularsi nei tessuti e aumentare di livello attraverso la contaminazione della catena alimentare. Una volta assimilati dall’organismo, alcuni PFC hanno effetti sul fegato e, in qualità di interferenti endocrini, possono alterare i livelli di crescita e riproduzione ormonale.

Clorobenzeni
I clorobenzeni sono sostanze chimiche persistenti e bioaccumulanti utilizzate come solventi e biocidi nella produzione di coloranti e come intermedi chimici. Gli effetti dell'esposizione dipendono dal tipo di clorobenzene, tuttavia, essi comunemente influenzano la tiroide, il fegato e il sistema nervoso centrale. L’esaclorobenzene (HCB), la sostanza chimica più tossica e persistente di questo gruppo, è anche un distruttore ormonale.

Solventi clorurati
I solventi clorurati come il tricloroetano (TCE) sono utilizzati nell’industria tessile per sciogliere altre sostanze in fase di produzione e per la pulizia dei tessuti. Il TCE è una sostanza dannosa per l’ozono che può persistere nell’ambiente. È anche conosciuto per gli effetti su sistema nervoso, fegato e reni.

Clorofenoli
I clorofenoli sono un gruppo di sostanze chimiche usate come biocidi (principi attivi capaci di inibire qualsiasi organismo nocivo) in un'ampia gamma di applicazioni, dai pesticidi ai conservanti del legno e dei tessuti. Il pentaclorofenolo (PCP) e i suoi derivati sono usati come biocidi nell’industria tessile. Il PCP è altamente tossico per gli uomini e per gli organismi acquatici.

Paraffine clorurate a catena corta (SCCPs)
Usate nell’industria tessile come ritardanti di fiamma e agenti di rifinitura per la pelle e il tessile. Sono altamente tossici per gli organismi acquatici, non si degradano rapidamente nell’ambiente e hanno un’elevata potenzialità di accumulo negli organismi viventi.

Metalli pesanti: Cadmio, Piombo, Mercurio, Cromo VI
I metalli pesanti come cadmio, piombo e mercurio sono stati utilizzati in alcuni coloranti e pigmenti usati nell’industria tessile. Questi metalli possono accumularsi nel corpo per molto tempo e sono altamente tossici, con effetti irreversibili inclusi i danni al sistema nervoso (piombo e mercurio) o al fegato (cadmio). Il cadmio è anche noto per provocare il cancro.


  


I SIMBOLI DEI TESSUTI ARTIFICIALI

Codici Abbreviazioni e Simboli

La normativa relativa all'etichettatura di composizione dei prodotti tessili fissa i requisiti e le modalità applicabili ai manufatti perché possano esere immessi nel mercato interno, prima di qualsiasi trasformazione oppure durante il ciclo industriale e durante le diverse operazioni inerenti alla loro distribuzione. In tutta l'Unione Europea i prodotti tessili messi in vendita devono essere corredati da un'etichetta che riporti la composizione fibrosa, scritta e definita secondo le modalità prescritte (normativa europea UNI EN ISO 3785/2005 entrata in vigore il 1° agosto 2005, che sostituisce la norma UNI EN 23758/1994).
L'Italia ha recepito le norme europee in tema di etichettatura con il D. Lgs. n° 194 del 22.05.1999.
Al fine di uniformare e semplificare la redazione dei documenti commerciali, COMITETEXIL oggi EURATEX (Unione europea delle associazioni industriali del tessile-abbigliamento) ha approvato ed adottato un Codice Meccanografico Uniforme Europeo.
Di seguito alcuni codici relativi ai principali tessuti man made:

CODICE MECCANOGRAFICO UNIFORME EUROPEO (EURATEX)
Italiano/Inglese/Tedesco/Francese
AC - Acetato/Acetate/Acetat/Acetate
AR - Aramide/Aramid/Aramide/Aramide
CU - Cupro/Cupro/Cupro/Cupro
EA - Elastan/Elastane/Elasthan/Elasthanne
GL - Vetro tessile/Glass fibre/Glasfaser/Verret extile
LY - Lyocell/Lyocell/Lyocell/Lyocell
MA - Modacrilica/Modacrylic/Modacryl/Modacrylyque
MD - Modal/Modal/Modal/Modal
PA - Poliammidica/Nylon/Polyamid/Polyamide
PB - Poliureica/Polycarbamide/Polyharnstoff/Polycarbamide
PC - Acrilica/Acrylic/Polyacryl/Acrylique
PE - Polietilenica/Polyethylene/Polyathylen/Polyethylene
PL - Poliester(e)/Polyester/Polyester/Polyester
PM - Pollimmide/Polyimide/Polyimid/Polyimide
PP - Polipropilenica/Polypropylene/Polypropylen/Polypropylene
PU - Poliuretanica/Polyurethane/Polyurethan/Polyurethan
RA - Ramié/Ramie/Ramie/Ramie
TA - Triacetato/Triacetate/Triacetat/Triacetate
TV - Trivinilica/Trivinyl/Trivinyl/Trivinyl
VI - Viscosa/Viscose/Viskose/Viscose
VY - Vinilal/Vinylal/Vinylal/Vinylal

Nel nostro paese è anche presente una norma tecnica UNI 9963-92 (in riferimento alla norma ISO 1043) che indica le abbrevazioni delle fibre chimiche di interesse commerciale e tecnico, che riprende la codifica creata dal Bureau International pour la Standardisation de la Rayonne et des Fibre Synthétiques (BISFA).

UNI 9963 - FIBRE CHIMICHE (BISFA)
ALG - Alginica
AR - Aramidica
CA - Acetato
CF - Fibra di carbonio
CLF - Clorofibra
CLY - Lyocell
CMD - Modal
CTA - Triacetato
CUP - Cupro
CV - Viscosa
CV-F - Viscosa filamentosa
ED - Elastodiene
EL - Elastan
GF - Vetro tessile
MAC - Modacrilica
MTF - Fibra metallica
PA - Poliammidica
PA-F - Poliammidica filamentoso
PAN - Acrilica
PE - Polietilenica
PES - Poliestere
PES-F - Poliestere filamentoso
PLA - Poliattide - Fibra in amido di mais
PI - Poliammidica
POA - Poliossiamidica
PP - Polipropilenica
PROT - Fibra proteica
PTFE - Fluorofibra
PVAL - Vinilal
SF - Fibra di silice


SIMBOLI


Diversi simboli dei tessuti per l'abbigliamento: A) Pura lana vergine B) Materie tessili naturali e sintetiche o non tessili C) Cuoio/pelle D) Cuoio/pelle rivestita E) Altre materie



 





domenica 24 dicembre 2017

LE SPECIFICHE DEI TESSUTI ARTIFICIALI

Quali sono i principali parametri che definiscono le caratteristiche e la processabilità di una fibra chimica….


Parametri morfologici (collegati alla forma e dimensione della fibra)

Lunghezza della fibra (o taglio)
Naturalmente ha senso parlare di valore di lunghezza solo nel caso in cui una fibra è caratterizzata da una lunghezza definita (fibra discontinua) con valori normalmente compresi tra qualche centimetro e qualche decimetro. Trattandosi di fibre chimiche, la lunghezza non presenta quelle variabilità casuali tipiche delle fibre del mondo naturale.
La lunghezza della fibra, oltre a condizionare strettamente i sistemi e le regolazioni delle macchine tessili, influenza molte delle caratteristiche dei filati quali:
• caratteristiche dinamometriche
• limite di filabilità
• difettosità
• pelosità
• pilling
Di grande importanza, per i vari processi di trasformazione, risulta pertanto sia la scelta dei valori più appropriati, sia la loro costanza.

Massa lineare (o titolo)
Le fibre sono caratterizzate da una grande varietà di sezioni, che a volte possono pure variare nel senso longitudinale. Anche per questo aspetto comunque, le fibre chimiche presentano una notevole semplificazione rispetto alla variabilità riscontrabile per le fibre naturali. Il modo universalmente usato per definire la dimensione trasversale, questo almeno per le fibre d’impiego tessile, è la massa per unità di lunghezza.
La finezza di una fibra determina le caratteristiche qualitative di un filato o di un manufatto tessile. La regolarità di un filato di una data massa lineare, costituito da fibre discontinue, migliora con l’aumentare del numero delle fibre nella sezione e pertanto migliora con il diminuire della massa lineare della fibra. Inoltre l’incremento del numero di fibre fa aumentare le superfici di contatto interfibre, quindi le forze di coesione, quindi la resistenza del filato.
La gamma teorica delle masse lineari ottenibili in fase di produzione è notevole ma di fatto esistono intervalli definiti da vincoli di carattere processuale e di trasformazione tessile che limitano la gamma a valori normalmente compresi tra 1 dtex e 17 dtex. È importante comunque sottolineare l’attuale tendenza a produrre fibre (o filamenti) più fini di 1 dtex (microfibre) sia per evoluzione tecnologica dei macchinari sia per esigenze qualitative di settori specifici (tipo abbigliamento sportivo e settore serico per fili continui) sia per l’introduzione di nuovi prodotti (come materiali microfibrosi). Per avere una correlazione con la finezza delle fibre naturali, si può dire che in linea di massima la lana ha massa lineare compresa tra 4 e 20 dtex, il cotone tra 1,5 e 3 dtex e la seta tra 1,2 e 2 dtex.


Parametri fisico-meccanici

Proprietà dinamometriche (o di trazione)
Per proprietà dinamometriche si intende il comportamento di una fibra sottoposta a forze e deformazioni nel senso longitudinale.

Forza di rottura: forza massima sopportata dalla fibra in una prova di trazione condotta fino a rottura e normalmente espressa in centi-newton (cN).

Allungamento di rottura: allungamento della fibra rilevato in corrispondenza della forza di rottura. 

Tenacità di rottura: rapporto tra la forza di rottura e la massa lineare, ed è normalmente espressa in cN/tex. Nei settori tecnici è invece comunemente usata la forza rapportata alla sezione trasversale della fibra (sforzo di trazione) ed è normalmente espressa in MPa (N/mm2).

Curva forza-allungamento: è la curva che definisce il comportamento di una fibra sottoposta a trazione. Normalmente la curva è definita in termini di tenacità - allungamento percentuale (stress-strain).

Lavoro di rottura: lavoro (o energia) necessario a portare la fibra alla rottura ed espresso in joule. Giacché il lavoro è dato dal prodotto della forza per lo spostamento, nel caso di una fibra esso è calcolato dall’area sottesa alla curva forza-allungamento e può essere espresso anche in unità di forza per spostamento, ad esempio cN•mm. 

Lavoro specifico di rottura: rapporto tra il lavoro di rottura ed il prodotto della massa lineare e della lunghezza della provetta ed espresso normalmente in cN/tex. Esso è dato dall’area sottesa alla curva tenacità-allungamento frazionale. Per una identità dimensionale, il lavoro specifico di rottura di una fibra pari a 1 cN/tex rappresenta l’energia in centijoule (cJ) necessaria a rompere una fibra di massa lineare 1 tex e di lunghezza 1 m.

Modulo: rappresenta la proprietà che definisce la resistenza alla deformazione. Nelle fibre il modulo è espresso come rapporto della tenacità rispetto alla deformazione, calcolato tra due tratti della curva (modulo della corda o secante) o a un punto tangente della curva (modulo tangente). Si fa riferimento normalmente al modulo iniziale di elasticità, inteso come misura dell’inclinazione del tratto iniziale della curva tenacità/allungamento % ed espresso in cN/tex.

Valori dinamometrici delle fibre chimiche
Le proprietà dinamometriche possono variare per ciascuna fibra presa in esame, entro un ampio campo, in funzione del peso molecolare e delle condizioni del processo produttivo.
In generale si può dire che il tipo di curva è condizionato per le varie fibre:
dal grado di orientamento molecolare
dal peso molecolare

Proprietà di arricciatura (o di cretto)
Per cretto o arricciatura di una fibra si intende l’ondulazione della fibra espressa in termini di numero d’onde e di ampiezza. Tale parametro risulta determinante nella lavorabilità dei cicli tessili ed impartisce caratteristiche di voluminosità, resilienza ed aspetto al manufatto. La prima prerogativa è fondamentale per fibre discontinue (tow, top e fiocco), la seconda trova impiego ad esempio nei manufatti da fili testurizzati.
Limitandoci a considerare le fibre discontinue, esistono due tipi di crettature:
• di tipo planare o bidimensionale, ottenuta per via meccanica mediante compressione in camere di cretto. Si tratta di un sistema a diffusione generalizzata nella produzione di fibre chimiche.
• di tipo tridimensionale, ad elica, ottenuta normalmente per via chimica (fibre bicomponenti). La sua applicazione è limitata a fibre per impieghi specifici.
Per descrivere la crettatura bidimensionale sono necessari e sufficienti i seguenti due parametri:
Frequenza
Rappresenta il numero di ondulazioni complete per unità di lunghezza ed è normalmente espressa in numero/cm
Il tasso di cretto percentuale è una misura dell’ampiezza dell’onda e viene definito come rapporto percentuale della differenza tra la lunghezza della fibra disarricciata ed arricciata, rispetto alla lunghezza della fibra.

Tasso di ripresa: indica la massima percentuale di acqua che una fibra può contenere per essere commercializzata e si misura in % sul peso secco, cioè i grammi di acqua assorbiti a 20°C da 100 g di fibra precedentemente essiccata, esposta per un’ora ad una umidità relativa del 65%. Dipende dai gruppi ossidrilici (OH) contenuti nelle molecole che compongono la fibra.

Resilienza: indica che la fibra può essere compressa e schiacciata ma al cessare della pressione esercitata tende a tornare alla forma originale.

Elasticità: indica la capacità della fibra a ritornare alla conformazione iniziale dopo essere stata sottoposta a trazione.

Potere assorbente (igroscopicità): indica la capacità di assorbire acqua senza apparire bagnata. Dipende dai gruppi ossidrilici (OH) contenuti nelle molecole che compongono la fibra.

Conducibilità termica: indica la capacità di condurre il calore del corpo. E’ una caratteristica intrinseca della fibra, ma dipende anche da come è fatto il tessuto. Quando il tessuto è battuto in maniera poco serrata e si formano al suo interno delle sacche d’aria ferme, queste gli conferiscono proprietà isolanti.

  

I GRAFICI DEI TESSUTI ARTIFICIALI

Le fibre chimiche rappresentano attualmente il 76% del consumo mondiale di fibre, mentre quelle naturali ricoprono il restante 24%.


Fibre naturali e fibre man-made – Produzione mondiale






Evoluzione della produzione italiana delle singole fibre chimiche (1990 e 2005)

1990


2005




Il nuovo ruolo delle fibre man made ha comportato anche un nuovo assetto della produzione a livello mondiale e se a metà del 900 Europa e USA ne detenevano il primato, oggi sono i paesi emergenti a coprire la maggior parte della produzione mondiale, ma soprattutto la Cina, con una percentuale del 59% circa.






LE STATISTICHE DEI TESSUTI ARTIFICIALI

Alcuni numeri....

Produzione di fibre tessili dal 1900 al 2015


Nel complesso nel 2015 il consumo di fibre naturali e man-made ha superato i 90 milioni di tonnellate.
Fonte: ASSOFIBRE CIRFS ITALIA Associazione nazionale fibre artificiali e sintetiche
http://www.lettere.uniroma1.it/sites/default/files/768/5%20produzione.pdf


Produzione mondiale di fibre tessili (Assofibre)
(*) Dati 2005: Fonte JCFA/Saurer AG
(**) Incluse fibre polipropileniche

Alcuni link dall'ISTAT:


http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=8914

mercoledì 20 dicembre 2017

I NUMERI DEI TESSUTI ARTIFICIALI

DIMENSIONI ED ALTRE GRANDEZZE FISICHE


Quando si parla di dimensioni dei tessuti artificiali si devono più propriamente considerare le dimensioni dei filati di fibre artificiali utilizzati per la realizzazione dei tessuti.
Non essendo possibile misurare direttamente la sezione di una fibra perché facilmente deformabile e il più delle volte non circolare, si ricorre al titolo per caratterizzarne la finezza.

Il titolo è una relazione tra la lunghezza e il peso: il rapporto tra peso e lunghezza è detto titolazione diretta, mentre il rapporto tra lunghezza e peso è detto titolazione indiretta o di numerazione.
Unità di misura per la titolazione diretta
    1 Tex = 1 grammo ogni km di filo (utilizzato nelle fibre a bava continua e per quelle ottenute filando il fiocco di fibre chimiche).
    1 Decitex (dtex) = 1 grammo ogni 10 km di filo (sottomultiplo del Tex).
    Denaro o Danaro (Td o den) = 1 grammo ogni 9 km di filo (idem come Tex).

Unità di misura per la titolazione indiretta o di numerazione
    Numero metrico (Nm) = matasse (1000 metri) di filo in 1 chilogrammo (utilizzato per i filati di lana pettinata, lana cardata, fiocco di fibre chimiche, filati fantasia).
    Numero chilogrammetrico (Nk) = metri di filo in 1 chilogrammo (utilizzato per filati di cascame, lana cardata, filati fantasia).

Tabella di conversione delle unità di misura
Il rayon viscosa, ad esempio, viene prodotto in filo continuo in titoli che vanno da 30 a 2000 den o in fiocco da 1,5 a 5 den.


ALTRE GRANDEZZE FISICHE – Confronto tra alcuni filati artificiali

Densità lineare o massa lineica o lineare: è una misura di massa per unità di lunghezza, caratteristica delle fibre o di oggetti in cui una dimensione è molto maggiore delle altre due.
Tenacità: è la resistenza alla rottura del filato rapportata al titolo unitario. I valori di tenacità indicano il comportamento del materiale al limite estremo della sollecitazione. Si esprime in  cN/dtex – gf/den.
Allugamento a rottura: quanto si estende il filato prima della rottura. Può essere espresso in termini assoluti (es. cm, mm, etc), o relativi come rapporto tra la lunghezza del filato deformato e quella iniziale prima della rottura o in percentuale.
Modulo elastico:  rappresenta il rapporto tra la forza applicata e la deformazione indotta nella zona; viene espresso con le stesse grandezze della tenacità.
Ripresa: è il contenuto di umidità che deve essere aggiunto al filato allo stato secco per individuare l’esatto valore della massa commerciale del prodotto.